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Alek Sander

Alek Sander
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sabato 19 novembre 2011

le foglie del nespolo

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gennaro di jacovo


le foglie del nespolo


forum livii quinta generazione 1984
rosetum argos&ruphus editori 2004










Al lupo! …



Perché sono uno che troppe volte ha gridato
“al lupo!… al lupo!…”
povera pecora perduta nel mare dei kissà.
Si accendono luci sulla terrazza del Corvo
ma hanno tagliato la mimosa
e il Sole secca e brucia senza sosta


La Grande Casa se ne sta muta
col suo vecchio tetto crollante
aspetta solo
una famiglia perduta

Quante voci ha sentito
il suo vecchio pavimento
è pieno di passi sonori
e le sue mura
grondano ricordi



Mio Padre non ebbe
mattini passati a cercare
pigne da ardere e origano:
passò le notti a scrivere e sognare

Poi vide il Mare e se ne innamorò

Adesso che fischiano i merli
voglio sentirli kantare
mentre ormai tace
il Mare


Amarkord:


Entrammo spauriti e spavaldi nel ristorante romagnolo
entrammo spauriti e spavaldi
nel ristorante romagnolo
e sotto il tovagliolo
ritrovammo ogni ricordo



Aveva il viso bello e la cravatta a stelle
quando ci salutò l’ultima volta.
I phunghi non erano avvelenati
né salato il conto.
Lo conservo ancora



Tu avevi una maskera appesa
dorata meno smarrita
Io ero Sugar Louis
alla tredicesima ripresa
quella vincente:
non avevo dente
che mi facesse male
macinavo parole
dicevo
tutto con grande coerenza
e avevo grandi ali
distese dietro le spalle
rosse e gialle
pronte a volare lontano

avevo
un’aria di lupo satollo
come per quell’Animale di Apollo



nulla
spingeva la mia nave
al di là dell’atollo
delle anguille
cotte a puntino.
“Luigino!…”
(la cosa sapeva di Gozzano!)
“lo prendiamo il dolce?
E il kapphé?
Domani hai degli impegni
bisogna che ti svegli!”


“Lo sono – amika mia –
solo se non dormo”.


Gli altri – attorno –
sganasciavano lieti
la phontana era muta
senza più pensieri. Seccata
asciutta e triste.

Forse un po’ scocciata.
Troppi incendi.
“Però non è normale
- diceva uno al cuoco –
che debba esser senz’acqua
proprio la phontana
di chi ci toglie il fuoco”.

La cena fu stupenda.
Il giorno dopo
- anche se riluttante –
volò Kwel
nostro aliante



Angoscia





sotto le croste secche
di carta
sul muro cadente
nella stanza celeste
come ricordi antichi
crepitano
strisciando piano
gli scorpioni


con grido forte di angoscia
la bambina fugge
se ha visto
o ricordato
uno scorpione
il padre accorre
e cauto
quasi con rimorso
schiaccia la bestia
ancora crepitante

sul pavimento
di pietre quadrate
tra scarpe rotte
e vecchi tappeti
piccoli pezzi neri
di scorpione
ti guardano
muti




Arance (aranga!)




Sfumò cullandosi dietro le ultime stelle
dell’autunno il piccolo furto
di sale
e la luna sfiorando i cipressi
e gli arbusti bruciati
pareva una palla di marmo
celeste

Gli amici partirono
con le loro gialle facce pallide
e le guance piene di prudenza
e mi lasciarono
scrollando le spalle incavate

A Kwal Kuno spedii la foto
della mia tomba

… d’inverno puliamo accendini
fatati
e rispolveriamo
giacche a vento.

Kwal Kaltro
mangia persino arance
per non avere starnuti

Lassù Kwal Kuno
nella nebbia e nella poltiglia
di neve e di fango
le mangia solo
perché sono buone




Caelm stellatum novembre



Così nelle notti d’inverno
S’alza il gigantesco Orione
Verso le Pleiadi
(le oche migrano a Novembre)

tu Betelgeuse
Alpha di Orione
Splendi lucidissima
(l’anatra guida la freccia pennuta)

tu, Antares, tu
che sorridi lontana
(scamperemo ai massacri dell’estate)

tu, soave Deneb, Alpha del Cigno
viaggi oltre la luce
di seicento anni
(non cade più nel barattolo dello zucchero)

più vicine
la lucente Altair
e la fulgida Vega
(ci vediamo alla Madonna del Fuoco)

e tu piccolo Sole
così abbagliante e vicino
adesso lasci vedere
assente australe
le Grandi Sorelle lontane





A Cecilia da-da



Cecilia
per te almeno della festa non sia
più bella la vigilia.
Tre piccole posate di ghiaccio
e tu rispondi con poesie da-da
negli occhi d’argento

Le ire ho scaricato
sopra un fiume calabro
secco d’Estate
per non dirigere altrove
inutili parole



Si torna a parlare d’Apocalisse.
Ma ormai noi siamo
dopo l’Apocalisse

Noi non abbiamo più
dèi né eroi
né le Phate d’un tempo
né Miti

Ci bastano
solo pochi Gesuiti

… …

Ma per Te almeno
Cecilia
della festa più bella non sia
la Vigilia
E’ bello vedere


è bello veder camminare i piedi
nei loro sandali di pelle marrone.

Quanta strada ho fatto
senza mai camminare
e quanto ho camminato
senza mai spostarmi di molto
per trovare gli occhi diritti
della mia spada ricurva

E’ bello vedere camminare i piedi
nelle loro scarpe di tela avana.
Il pomeriggio che viene intorno
alla mia pelle
mi ha detto stasera:
devi amarla lontana
e fuggirla vicina.
E’ già pronta la bisaccia
per la tua partenza:
essa si avvicina.

E’ bello vedere camminare i piedi
coperti di stivali scamosciati.
Perché Tu hai riso
quando il tuo Amore piangeva
poiché tu hai pianto
se lui rideva
alta sarà l’erba
della tua amarezza
è’ bello vedere camminare i piedi
nelle scarpe di gomma per la pioggia,

Il tuo albero lo hai troppo tagliato
e i suoi frutti cominciano a scarseggiare
adesso che Tu hai sete
lontano è il succo del kaktus …
E’ difficile dire, adesso


E’ difficile dire, adesso, ciò che sei stata.
Idea, forse, chimera fragile.
O speranza.
Oppure una risposta mancata
o una domanda sciupata
fra i tanti “non so …
non è il momento …”
caduti sopra il pavimento
dei nostri “come stai?”

Forse eri quel quadro che attende i colori
sopra i Piani di Studio della Scuola
o quel disco che compro ogni mattina
a cui manca la musica che amo.
forse eri la nebbia che rischiara
o l’umida lumaca con la scia
così argentata.
o quella fetta di kokomero
da mangiare l’estate passata.
O quella manciata di anguille
Che non si fermeranno nel mio piatto.

Forse eri quel gatto
Quella stella cadente
Forse quel bambino
Che ero e che non sarò.

E’ difficile dire adesso quello che eri.
Una voglia di scrivere o strappare
Oppure tante parole amare
Rientrate nella bocca della penna.

Una verde custodia Olivetti
Piena di chiacchiere d’amore
Di foto e cartoline.
Una fila di nere mattine e notti insonni

Passate con gli occhi bruciati
A fissare le palpebre.

Eri forse la vita
Che mi è sfuggita.
O la morte insidiosa.
Oppure quella rosa che non so più mandarti.

Eri forse il disprezzo
Che ho di me stesso?
O un dono immeritato?
Eri tu dunque
Quanta tenerezza
Dell’esercito della salvezza?
O Demone? O Strega Cattiva?
Oppure incoscienza giuliva?

Quante cose non eri
Neppure saprei dire o pensare.
Non eri l’onda del mare
Che ristora d’Estate ma nemmeno
Sabbia cocente.
Non eri veleno e nemmeno elisire di vita.
Forse tu eri … Forse …
Ti eri smarrita!
Nel Bosco delle Perplessità?
O in quello delle Certezze?


Adesso
Mi scrivi da tempo
Ma non mi tieni più testa
In questo poco che resta
Dell’ansia che fu
Sugo salato alterno
Del mio Passato Inverno.



Essa verrà dal mare


Stasera un vento freddo mi scompone
i capelli e spruzzi d’acqua salata
mi spingono lontano dalla riva.
Troppo fredda questa sera
per essere una sera d’estate.

Tutte le nostre parole
le porta via questo vento
mentre mi tuffo
nei nuovi libri sereni
e chiari.

Tu non mi aspetti più
ma nemmeno mi cacci via
e ti penso nelle tue Fiabe
con gli orsi e le Fate
e i draghi che sputano fuoko …

Kwi
nella mia kapanna nel bosko
aspetto il tramonto e la phine
con la mia gialla veste.


Essa verrà dal mare coperta di tristezza.
Essa verrà nuotando come un’anguilla.
Essa verrà strisciando come lumaca.

Essa verrà col tuo sorriso obliquo.
E mi parlerà guardando i miei piedi
ed io sarò come un breve ricordo
volando via sul suo dorso.




Fila strokka







Nella sera c’è una stella
(brillerà fino al mattino)
sogna e pensa gatta bella
pensa e sogna un bel mastino

Quando non ci sarà stella
nelle notti lumacose
quelle notti assai lunose
cercheremo mortadella.

Forse insieme e forse no
qualche volta è troppo tardi
anche per noi gattopardi
fermi e quatti nel comò.

Quindi Zorro stai distante
le burrasche van domate
anche se le hai provocate
col tuo deltaplanoaliante.

Superman alla riscossa
coi suoi muscoli d’acciaio
vola in alto forte e gaio
dalla bella Isola Rossa.











Granturco forlivese




Sopra i dolci vigneti oltre il fiume
tra gli alberi neri svettanti
oltre la pianura
i tuo occhi si posero
nella mia sete
e mi guardarono canzoni
volarono alte
con tenui note
e si parlava di Dio
mentre cercavamo un vino raro
irripetibile

Fu buono quel lambrusco
strappato alla coda
d’una Estate agli sgoccioli.


“Non scrivermi …
e mandami quei libri …”

Tu
Pannocchia di granone dorata
a me strega perduta
nel conto dei tuoi chicchi.











Il canto della morte





Non aspetto che la tua assenza germogli
per questo non dare voce
alla tua succosa disperazione

In questo tiepido pomeriggio di Aprile
mi sento come un veliero senza vento
cadute le sue gialle stoffe
stanchi i suoi nerboruti marinai
floscia l’acqua che intorno
intona il canto della balena

Bastò un leggero soffio
un tempo per lanciarmi sopra le onde
e precipitarmi nei gorghi più cupi
e azzurri

Adesso
forse un uragano soltanto
mi ridarebbe la vita

Ma è meglio stare qui
in alto mare con questi bianchi
uccellacci che svolazzano
intorno intonando
un dolce canto di morte tardiva
un dolce canto di volpe argentata










Il Generale

Hanno lasciato solo il Generale a morire nella sua stanza dei ricordi
hanno lasciato solo il Generale a morire nella tenda dei ricordi
hanno lasciato solo il Generale a morire nella sua onda dei ricordi

Il Generale ora ha tutta la sua Rotondità
Il Generale ora sbadiglia disegnando un mandàla!
E non indossa più la sua casacca sbiadita
ed ha fatto la pace d’Africa
perché ora tutti indossano casacche d’Africa italiane.


Hanno lasciato solo il generale a sorridere sopra le sue proiezioni.
Hanno lasciato solo il generale in preda al suo Es ormai pacifico.


Il Generale ora sorride
sorride e si asciuga una lacrima
vorrebbe scriverle
ma non trova più il suo mittente
così prende la sua penna
senza parole e scrive a se stesso:


“Caro vecchio buon Generale
che sai nuotare sopra gli oceani
che sai passare sotto la neve
la tua casa è sotto la sabbia”


Hanno lasciato il Generale solo
solo come un albero dentro un bosco
a morire nella sua tenda remember
ma prima deve trovare la sua ombra




Sta frugando nei suoi cassetti
il Generale mette tutto a soqquadro
e trova vecchi oggetti scordati
ciuffi di capelli e biglietti variegati.



E sorride nella stanza – sorride e piange –
rivede ancora quando partì soldato
e la sua donna venne a trovarlo
con doni e un pacchetto di fumo
ma aveva quasi otto anni di ritardo
e lui era partito per l’Africa
l’Africa
l’Africa
l’Africa
l’Africa



… …


Africa dolce Africa amara
Africa dune dorate e banane
Africa uccidere con le parole
Africa scrivere e fare frittate
Africa sempre
Africa mai
Africa dove ti cercherei
Africa prendimi e fammi volare
in fondo al mare
… … …
in fondo al mare




Il mare morto


Tu ancora curva la mano
sui capelli rossi
scendi
la strada in fondo
al precipizio:
il mare
ti saprà fermare.

Le foto intorno
hanno una carta bianca
avorio
e una cornice dorata

da piccolo
non rubavo marmellata
rubavo la conserva
dei pomodori

Mentre scendi al mare
di fronte a me
con la mano agiti un addio
lontano

Di notte quando il rombo
del tuono squassa i vetri
della finestra che guarda il nespolo
e il lampo abbaglia
improvviso e l’abbuffaglia
delle nubi scende dal cielo e crolla
nella notte e soffoca la luce
io penso a dove
quella via
conduce.




Il mito è finito







Il prophumo del Mito
è phinito
sul dito e sulle caviglie.


Conchiglie
cercavi.
Scrivevi
meraviglie.

Essi sono fra noi.
Li ho visti
cadere con una stella.
Cadere
su stelle di pelle
li vidi.






La gente distratta
cercando una gatta
ha bevuto cicuta
ed ora starnuta
ed è muta.




Il Premio



Tu non c’eri a Ravenna ieri l’altro
alla festa dei poeti
tra arazzi e tappeti danzanti
c’erano in tanti.
C’era una Poetessa sapiente
a cui mancava solo
la Parola
e c’era la pianola
e una vecchia signora
con un coro d’angeli
e c’era Garibaldi
senza poncho e cavallo
ma sulla sua Renaut
era inarrivabile lo stesso
(per un attimo
mi sono sentito Bixio)

C’era un poeta spagnolo
sudamericano
e c’era il Direttore.
C’era anche Phann
col suo lontano Amore
chiuso nella borsetta
e leggeva la Poesia che parla di Te
così bene
che tutti avevamo scordato
- ma forse non lo sapevamo -
che lassù – lontano –
pare a Milano
Eugenio se ne andava
in silenzio.

Piano.






Immagine






Nel cassetto la vidi sorridere muta
Fra le carte aride di Argan
E di Odisseo politropo
Quasi un fantasma grigio e lucente
Piccola speranza
Messaggio d’amore
Enigmatico
Quasi una
Elucubrazione
Di Chomsky
Persa nell’infinito
Di quel piccolo spazio
O futile scherzo
Di due anime
Senza parole
















La donna e la sua ombra

La Donna pianse per buona parte della Notte
quando s’immerse nell’Onda dei Ricordi
con tutto il torpore dell’animo
e corse fuori all’aperto.
Il Sole era tramontato
e la sua Ombra era Konphusa
fra le altre Ombre.
Ma ne sentiva lontano il respiro
e allora la Donna chiamò la sua Ombra:
“Ombra – disse e gridò –
Ombra, allontanati dalla Notte
e cercami
perché non so stare senza Te!”

Ma l’Ombra bisbigliava lontano
perduta sul Promontorio Perduto.

“Ombra! Ti darò ciò che vuoi!
Tramonti e cieli arancioni
con frutti squisiti! ,,, Vieni! …

Ma l’Ombra sussurrava lontano
confusa tra le cose confuse.
Allora la Donna si diede per Vinta
e cedette la sua bisaccia di riservatezza
poiché si sentiva scivolare addosso la vita
come una grossa Anguilla Sfuggente.


“Ombra! … Parlami! …
E’ pietra dura questo silenzio!
Bestemmiami, ma parlami!”

Di lontano veniva insistente frusciando
il sorriso strisciante dell’Ombra.

“Ombra!… Ombra!… Ombra!…
Che tu sia dannata per sempre!
Ti lascerò nella Notte
confusa fra le altre Ombre!
Ti lascerò ai Lupi ed al Vento!


Non ti aprirò mai più
poiché Tu non mi vieni accanto!”

E la Donna che aveva i capelli
come due amanti stanki
corse nella sua capanna
e accese la lampada
per guardare negli Occhi
l’odore della sua tristezza.


E seduta ai suoi piedi
vide l’Ombra
e sentì le sue Fruscianti Parole:
“Tu mi cerchi lontano – Donna
ed io abito nella tua kapanna”.

Allora la Donna spense la lampada
e non vide che la sua Ombra.
Tutto era Ombra.
e nemmeno poteva vedere i suoi okki.


Allora si tuffò in quell’oceano Bujo
e lo trovò nero come la sua kapanna
quando la lucerna era spenta.







Laggiù oltre la schiuma










Laggiù oltre la schiuma di questa marina
danzano grandi uccelli d’aria
sulle ginestre azzurre
e l’acqua del mare è mobile:
s’alza in grandi onde oblunghe
graffiate da unghie di gatto sulla cima.



Invece qui davanti il mare è sereno
non sa nulla di cassa integrazione
e di tesi di laurea
e sussurra appena qualche sillaba.



















Lettera al Nord











Ciao. Non scrivi più. Da tanto.
Qui l’inverno è tornato
tra gli spruzzi del mare e le folate del vento

(((la notte due gatti vengono a dormire
sulla rossa trappola)
da Firenze
i libri tardano ma so che verranno)
l’Amiata
mi aspetta bianco di neve)
il tuo prophumo slitta:
si dissolve piano nel fresko
della stagione del raccoglimento
e c’è un nuovo bollo
per i nuovi studi.


La lumaca non ha donato
la sua roulotte per la terra che balla
e l’anguilla senza cagnina
ora nuota nel Mar dei Sargassi.
Nella laguna che traverso ogni mattina
quei pesci che sai li chiamano
‘Anguille Sfumate’.







Luglio di mattina








L’Afganistan lontano geme
sibilando pallottole amare
e Carter si allena
con le sue gialle vesti.
Sapere?
“Il sapere che lo stolto acquista
non è a suo profitto
ne rovina la sorte e spezza la testa”.
Oh Tu! Scetato Profeta Buddho!
Estinto! Tu primo di Asava.
Puro nella Tua Vinnana.
Dove esaurire la nostra
paticca samuppada?

Le tue poesie dolcissime
quell’accostamento di indocili fonemi
e quegli occhi nel piatto
e Tu – e Tu – e Tu
così azzurra marina.

Il caffè sapeva di sale
l’amico si alzò
pensava a uno stupido scherzo
invece eri Tu
caduta nel barattolo dello zucchero






Luna







Poi mi lasciasti solo con la mia vittoria
piazzale En Tò Alamein rosseggiava
triste di luna
e una donna si stropicciava gli occhi
guardando la bouganvillea.

Sul mare la luna
dopo poche atmosfere
mi diceva
guardami
perché fra poche sere
tu ci sarai
ma io sarò lontana.

Oggi a skwola
c’era un banko vuoto.
Mentre parlavi
ti aggiravi per i corridoi
con una lettera
e una ciocca di capelli rossi.
La strega ero io
perduto nel tuo granturco rosso
e nella tua phascina
senza numeri.







L’uomo dell’oasi

l’uomo dell’oasi si è bagnato di nuovo
nel sangue di drago
e nessuna foglia è caduta
sopra le sue spalle.

La prima volta ignorava
la sua prima funzione
ma adesso egli conosce
la sua Prima funzione Superiore.

La seconda volta ignorava
la sua seconda funzione
ma adesso egli conosce
la sua seconda funzione.

La terza volta ignorava
la sua terza funzione
ma ora egli ha capito
la sua terza funzione.

La quarta volta aveva la faccia
della sua quarta funzione inferiore
ed egli ora guarda negli occhi
la sua Anima.

L’Uomo ha imparato a conoscere la sua Ombra
ed ha quattro lati il suo Mandàla Variegato
egli ora è un uovo kosmiko
e naviga nel Mare Galattico
della Tranquillità.

Egli ora scorge Lontani Promontori^
ove si projettano fasci di Ombre
e s’infrangono le Onde dei Ricordi
dove non cade raggio di Luce.
Egli è Colui che è Libero
e vuole essere l’unico abitante


della sua baracca di solitudine.

Nel suo deserto si è fabbricata una capanna
con penne di gabbiano e becchi di anatra
e fuori è la kalda notte arancione dell’Afrika.

Egli ha prevenuto tutti i suoi bisogni
e l’Ombra vive in una stanza accanto.

Talvolta prendono il thè
e li assale l’ondeggiare della rimembranza
loro allora lo coprono di zucchero
e girano in tondo i kukkjai di latta.

Talvolta la sua Anima ulula lugubremente
“Voglio un oggetto! …”
e lui l’akkatetza con il suo braccio di kaktus
e le dice:
“Esci pure kwesta sera
perché sono una Persona Tollerante
e indosso la Maskera Phalsa.
L’Oasi + vicina è a sole 30 miles.
Non phare tardi, Animula,
il tuo Pomeriggio è Vicino”.
L’uomo disegna i suoi Mandàla sulla sabbia
- hanno una forma simmetrica
e kapelli come un assolato mattino –
sono come il dagherrotipo della sua Ombra di Luce
e della sua Rotondità Spigolosa –
Ogni tanto l’Uomo del Deserto
accarezza con le sue Mani di Gatto
la sua amika Volpe Argentata
che si chiama Djapo
- ma lui la chiama ‘Aranga’.



L’uomo e l’ombra



Un giorno l’uomo – che era uscito
per sottrarsi all’urto dell’ “Onda dei Ricordi” –
incontrò il suo Wawao – la sua Ombra –
e così parlò l’uomo al suo puer obscurus aeternus.

“Tu continui ad uccidermi
e a darmi la vita.
Il tuo veleno mi è letale
ma mi sono assuefatto.
Con te vedo molte Ombre
che preferirei ignorare.
Non voglio essere il tuo Totem
la tua sorgente esogamica.
Non voglio – Ombra –
l’ombra della tua Ombra”.

L’Ombra se ne andò quando il sole
fu alto allo zenith. Era il primo pomeriggio.

Il giorno dopo l’uomo
di nuovo fu preda dei Ricordi
e fuori dalla sua Casa incontrò
la sua Ombra.
E così dunque l’Ombra parlò all’Uomo:
“Ascolta – Uomo – ascoltami.
Se tu resti fermo
avrai sempre la tua Ombra
tranne per brevi attimi
se sei sotto il sole a picco
o ti chiudi nel tuo covo.










Ma se tu non vuoi la tua Ombra
a farti ombra
guardala bene e riducila a poca cosa
camminando sempre
verso Occidente
passando le sponde
e le onde e i ghiacciai
camminando sempre
verso Occidente
passando le sponde
e le onde e i ghiacciai
camminando e nuotando.


Solo così per te – solo –
sarà sempre la Vita
un Giorno senza la tua Ombra.




E l’uomo sedette
e vide la sua Ombra
sedersi con lui
enorme fino all’Orizzonte.
Ed era l’ultimo pomeriggio
prima del calare delle tenebre.








Mantova ’80






Anche a tavola
la cultura ha invaso il tuo piatto
il cibo era immangiabile.

Io non sono riuscita a parlare
perché tu – assente – pensavi
e non parlavi.

Se amore dichiari amore
devi esprimere
se rabbia senti rabbia
devi esprimere
se conflitto provi conflitto
devi esprimere.

Ma il silenzio è nulla.
Ora Luglio è agli sgoccioli.
Le lezioni
la scuola, poi, gli esami e la casa.

Incomincia il caos.














Mantova ’80 – II










In macchina parlavi di Gramsci
ti seguivo ma capivi che stavi
sostenendo un esame. Ma quale?
Non c’è anche troppo impegno nella tua vita?
Ed io ti chiedo, al di là di ogni frase,
dov’è l’uomo Genna, l’hombre che conobbi?
Dove si è seppellito? Chi è? Dov’è la sua mente?
Tutte quelle letture che fai, non ti aiutano,
se non ti deciderai a cambiare ottica,
e continuerai a vivere al di là della realtà,
lascerai di te l’impressione di un uomo
che ha tagliato i ponti con l’esistenza.

Aristotele non porta lontano.
A meno che tu
non desideri arrivare in Paradiso.
Ma anche in me c’è abbastanza distrazione;
al tuo arrivo non ti ho neppure chiesto
se avevi trovato un alloggio,
così ti sei ridotto a girare di notte.

Ma perché non parlare?








Mattino a Luglio




Sta per crollare il tetto
della Grande Casa dei Gatti.
Ieri nel posto dove faccio il bagno
è annegato un pompiere.
(Tu hai paura della mia persona
ti terrorizza ancora l’idea
di nominare nostre notti lunose?).

Io qui chiuso nel mio carrarmato
di latta come un uovo di plexiglass
(nella piccola stanza dei giocattoli).
Ah! l’ampia distesa del mare
e le azzurre colline.
Bill, amico di Chinaski.

E tu, Guido, che aspetti?
Aspettando Karpinsky
- e tieni in tasca per Louis
un pacchetto di Gauloises -
tu agiti un nòstimon èmar
inarrivabile.

E tu scrivi poèsie!
“Il Poeta è cosa leggera, alata, sacra”.
Ciao!
e per le strade fangose oppure
senza più nebbia
non perderti
mia Kara Mousa!





Mattino a Luglio




Sta per crollare il tetto
della Grande Casa dei Gatti.
Ieri nel posto dove faccio il bagno
è annegato un pompiere.
(Tu hai paura della mia persona
ti terrorizza ancora l’idea
di nominare nostre notti lunose?).

Io qui chiuso nel mio carrarmato
di latta come un uovo di plexiglass
(nella piccola stanza dei giocattoli).
Ah! l’ampia distesa del mare
e le azzurre colline.
Bill, amico di Chinaski.

E tu, Guido, che aspetti?
Aspettando Karpinsky
- e tieni in tasca per Louis
un pacchetto di Gauloises -
tu agiti un nòstimon èmar
inarrivabile.

E tu scrivi poèsie!
“Il Poeta è cosa leggera, alata, sacra”.
Ciao!
e per le strade fangose oppure
senza più nebbia
non perderti
mia Kara Mousa!




Metamorfosi








Per te fui forse Attila che passa e non ristora
o forse Febo Apollo che soffre nell’ancora
fui gatto e fui scoiattolo. play boy e lo Scetato
fui Dioniso, fui Pegaso, fui Ermes nel creato.

Fui Baldo e fui Biancone con quel ciuffo di meno
che Tu conservi ancora tra l’uomo e l’elettrone;
fui limite e confine, deserto e forse oasi,
non so, ma Tu dimentica, possiedimi alla fine.

Per te fui certo multiplo, fui come un carrarmato
(si, un tank, però di plastica, col suo cannone alzato).
Fui ospite e soldato, fui anche innamorato:
odioso e petulante, fui zuppa e panbagnato.

E adesso nella notte, mentre la Luna splende,
la fine del mio tempo nelle tue guance accende
un piccolo lumino che ti rischiara tutta:
la pioggia ha rovinato per Voi tutta la frutta.











Montgomery for me



Nella piccola città dalla lunga torre
non erano pronti per me gli Stivali:
nella sera girava per l’aria
odore di legna bruciata.
Delle due chiesette
una sola era aperta.
Tu che parlavi con me non capivi:
ti sembrava phorse di essere
kaduta in un presepe phinto?

Solamente 30 anni pha
Kwal Kuno mi donò un montgomery
color kammello.
Stasera a Portobello
un Kasual Shopping
ne ho trovato uno blu notte
e subito il cappuccio
mi si è phikkato in testa.

Shouldn’t you have the answers?

In queste sere di vento
che il Mare sembra kosì ostile
hanno paura persino i Gabbiani
a volare.
In queste sere divento
come un vekkjo veliero in disarmo.
E mi sento
come una vecchia ruota di scorta.
E’ l’ultimo
dell’anno.
Phinisce
un Altro Affanno.



Nel bosco equinoziale


poi tra le brume e le sterpaglie
sulle nostre passate stagioni
nelle nostre parole venali
con le guglie e le cupole
delle celesti basiliche
fra le rose
le viole
i crisantemi
fulgida sopra tutte le stelle
più alta della cima più alta
sulla punta delle veloci plastiche
negli smaniosi contenitori dei piedi
sopra le bretelle traslucide
e plurali più misteriosi
fra le zampe dei gatti
e i vetri degli occhiali
più brillante di ogni parelio
di ogni paraselene
di ogni sole

più splendida della speranza
e di ogni disperazione
più voluttuosa e cocente
più fresca di ogni sorgente
corrente dietro le Pleiadi
preceduta da Aldebaran

apparve
la candida Rigel
e Betelgeuse esplose
mentre Sirio
la più lucida stella
galoppava lontano con Pegaso …




Nella mini phoresta boliviana



L’inverno è passato
sopra le cime alte dei cipressi
quaggiù dove non arriva il suono
delle kampane molisane.
L’inverno è passato come un lungo
addio che mi è giunto
in questo nostro maggio
ormai tutto koperto di ‘no’.


C’eri anke Tu con la tua koppa rikolma
di negazioni
di phutti mousy-kalj
e di piante tropikali
con i tuoi colpi di sonno
(i bambini ti fanno gridare?
O è l’aria della bassa
mentre kantano le raganelle
e la nebbia cade sull’Ariete
d’argento).

L’innesto non ha phuntionato
e tornando da Venetia
era bruciato il nespoliegio.
Tutto il resto verdeggia
nella miniphoresta boliviana.










? ? ?












Non Guerra vogliamo ma Pace
noi siamo i Bronzi di Riace
- sussurra la statua giuliva
- che non ha pagato mai l’ I.V.A.

666
999

la Vita che fugge rapace
mi fece assai poco loquace
per questo non trovo mai pace
e sono quel bronzo
che tace.

















Non passa niente






Tutto accade così
Velocemente.
E il guaio è che non accade niente.
Stasera il tempo è kupo.
Miagola il vento
Lontano ulula il Lupo.
Il cielo
È greve
E breve
È l’ora.
Ma so
Che altrove cade
Neve.


Bianca.
Fresca.
Sa di vento.
Tutto passa così
Velocemente.

Ma il gwaio è che qui
Non passa niente.











Okkio di pace











Io sono
quel bronzo di Riace
che guarda con okkjo rapace
ma in fondo ti offre
la Pace!





















Parliamo di rane





Le ultime tue parole erano di Ranokkjo
e inesistente, per di più.
Con immutato affetto salutavi
in me quello che fu
un iperglottico amante
o forse un ipoglottico
incostante.


Qui affoghiamo dentro regole precise
di Grammatica Greca
mentre intorno la Gente che sa
vive accendendo Mootooy
e compra compra
compra …
la lira è in difficoltà.


L'incontro di Tennis
non si è fatto.
La maglietta è di nuovo
nel suo armadio.
E tu
sempre chiusa
in quel tuo blaterare
ad altre orecchie
aperto.









Peldigatto








cadde sul cuore dei peli di gatto
spuntati a ciuffi sotto la luce
della luna
e subito il fango della sua anima
divenne pudore e si cambiò
kome phosse un vegetale.

(la donna guardava il sole cadere nel mare
e diceva sommessamente “addio!”
forse perché aveva un gusto votato
all’intensità dell’ultimo momento).

I gatti ti guardano
e aspettano la tua mano
ke li akkaretzi
oppure un bokkoncino saporito
per phabbricare i loro peli di gatto.













Parliamo di rane





Le ultime tue parole erano di Ranokkjo
e inesistente, per di più.
Con immutato affetto salutavi
in me quello che fu
un iperglottico amante
o forse un ipoglottico
incostante.


Qui affoghiamo dentro regole precise
di Grammatica Greca
mentre intorno la Gente che sa
vive accendendo Mootooy
e compra compra
compra …
la lira è in difficoltà.


L'incontro di Tennis
non si è fatto.
La maglietta è di nuovo
nel suo armadio.
E tu
sempre chiusa
in quel tuo blaterare
ad altre orecchie
aperto.










Pensieri d’un bronzo nel cassetto






In un grande cassetto bucato
d’un vecchio armadio tarlato
ho testé ritrovato
la foto d’un Bronzo di Riace
che non si vuol dare più pace
perché Tu sei poko lokwace.


La gente che ama è rapace
e parla con lingua salace
talora con verbo mordace
ma il Bronzo ama solo chi tace
per questo non trova mai pace.


La statua era un tempo giuliva
quando nel tempio saliva.
La gente che nulla capiva
per poco non la divertiva.
Ma ora non sa darsi pace:
nessuno è più tanto audace
da viver mostrando il torace.













Piazza Saffi






Di te il ricordo ancora innaffi:
poke parole skrivi
dietro la kartolina
di Piazza Aurelio Saffi.


Non sai farti capace
k’io sia bronziphicato
come un guerriero
ke tace.

Ma si.
Hai phuso e deposto tu stessa
me fatto metallo rovente
nella phorma di njente
che sono
ke sj-amo
che phummo
(e phumo
noi ormai
non più saremo).









Piccolo paese



C’è un piccolo paese qui vicino
poco lontano dal Mare
ha strade chete e strade e torri
e chiese
e tutto è così minuscolo
che quasi
lo diresti abitato dalle Phate.

C’è un piccolo bar
con cartoline
e gente che gioca a scopone.
D’inverno
qui dentro i cacciatori si esaltano
e si akkalorano
rincorrendo lepri e phagiani
immaginari.


Questo paese così piccolo
vorrei girare ora con Te
nella nebbia e nella pioggia
di questo Aprile tedioso.


E’ un paese dove fanno stivali
come un tempo li portavano i butteri.
E c’è una torre
e una bella terrazza
sopra una valle
ora verde ora rossa
sempre piena di kanti pennuti.








Premilcore




strizza il cuore stasera
tornando a casa
e respirane il prophumo dei ricordi.
Rikordati di kwel pagliaccio
ke un anno pha ti sphiorò i kapelli
e voleva contarli
ma sapeva che eri kalva.

Al buio cercavate l’orekkino
sulla spiaggia deserta
skonphinata (!) di Romagna.
Dapprima con l’aiuto di una piccola
luce erotica (acquisto ignaro).

In pisseria al tavolo vicino
studenti parlavano d’esami
e tu:
“ah! … ma stavolta vengo io … a Natale … …”.
E ancora:
“se almeno tu abitassi + vicino! …”.

Non ti ho rivista +
ma Tu
stasera premilcore
e vola
Amore!










Questo tempo passa




Non vedi come questo tempo passa
e come tutto si perde nel nulla?
Lo vedo perché sempre + frequentemente
tagli la cima della siepe
e i rami del marasco.


Quest’anno ho colto solo sette nespole
e altre quattro sono rimaste in alto
nel caso arrivassi Tu.
Le hanno mangiate grossi coleotteri verdi.
Ho scritto “vendesi”
sulla Grande Casa dei Gatti:
forse ogni speranza
d’un improbabile ritorno all’inizio
scompare.

Il vento cercava di strappare
il grosso foglio
e pioveva forte.

Non vedi come questo tempo passa
e come tutto si perde nel nulla?














Rimasuglio






che resta adesso di quello che eri?
Lacrime e lutto, cenere e rimorsi,
ora che tutti ci siamo accorti
che solo i rettili sono sinceri.

E tremeranno poi le stelle verdi
si spaccherà il cuore del Pianeta
- il giorno che viene: ritmo
la notte che va: perfezione.

Fermati sulla porta, non uscire!!!
Qualcuno ha rubato le scale.



















Santa Lucia


Adesso a San Leo sarà caduta la neve.
Immagino bianca
sotto la Luna
la piccola Pieve.
Tu cosa fai? Ke leggi?
Non voglio saperlo.
Immaginarlo. Forse.
Phra poko è Natale.
E’ lontano il tempo di Ci-cale.
Il tarlo
del ricordo riprende a scavare.
Ma è lontano nel Mare
quel giorno lontano.
Non ti ho mai letto la mano?

Ma si. Però era bujo.
Ricordo solo
una mano uguale alla mia.
E’ notte.
Kome due anni pha.
Allora
si conphuse la pioggia e la phontana.
Avana
è la mia nuova agenda.
A djorni è phiera.
E’ Santa Lucia.
Ci saranno mille bankarelle
e Tu kamminerai
esitante
in kwel parapiglia
se comprare piadina
oppure
una nera conchiglia.







Sbrano










e quando mi sono rivelato
mi ha detto “sei simpatico”
però la Luna è tonda.
Il mare? Sa di umido
e cerco l’altra sponda”.

Spesso – Felicità –
sei sopra l’altra riva.
Idiota chi ci arriva.


























Sorrisi e sospiri







Nella nebbia che grigia s’addensa
non bastò un sorriso tardivo
coperto di neve futura
a sciogliere il groppo di sale
e di spuma marina.

La mattina
è sempre fatica levarsi.
La sera
tuffarsi nel buio non sempre sicuro.

Sul muro
ho appeso sorrisi
appena accennati
sopra sospiri improvvisi
e lontani.
Passati.














Stralunare I




Ancora non riesco a farmi capace.
Stanotte nel sogno ero di bronzo.
Ero uno
dei Bronzi di Riace.
Nella Notte di Santa Lucia
ero immerso in curiosi miscugli:
ero a bagnomaria.



Mi toglievano a Kroste
il tempo passato
il tempo perduto nel mare
a nuotare
a remare.



Il mio Tempo Passato cadeva a brandelli:
ero uno
dei due Giganti Gemelli.
Ed avevo perduto lo scudo
ed avevo smarrita la lancia.
A bagno negli acidi avevo
persino un po’ mal di pancia.
Intorno a me discutevano
a frotte
artisti. E la notte
era come di giorno:
c’era sempre Kwalk Uno Di Torno.








Un tempo eravamo a migliaia.
Ma adesso io proprio non so
più pharmi kapace.
Come due sassolini di ghiaia
scampati al massacro
immobili e stupidi a Riace
ci guardano muti e un po’ tristi
clienti e turisti
studiosi dai vetri appannati
studenti
e dottori incantati.
Arrivano
un po’ stralunati
persino ministri.


Li chiamano qui ‘deputati’
gli odierni ripritanizzati.


Un destino davvero rapace
essere un Bronzo di Riace
a me poco piace.


Mi dispiace
così senza scudo né spada
a ciascuno far viso
di pace.








Speranza




Credo che prima o poi
e me lo lego al dito
(io) fonderò un Partito!
Piccolo come il Mondo
e grande come un granello
di sabbia sottile. Un gioiello.
Un monile.
Il suo simbolo?
Un orecchino
leggero e fino
di oro zecchino
come quello perduto nel Mare
senza nemmeno nuotare
né bere o affogare.
Un Partito con crisi e con scismi
in cui sia sempre Natale
e mai Carnevale.
Sarà un Partito spartito
in confetti.


Qualcosa di nuovo
coperto di stucco
e vecchio direi
come il kukko.
Un Partito di Pace
di bronzo
ma non un partito di Riace.
Un Partito senza dissensi.
Senza parenti.







Con pochi denti
e senza consensi di assenti.
Un partito pieno di okkj
ermetico e chiuso ai finocchi
ai fessi ed ai pederasti.
Un gruppo senza contrasti.
Un Partito senza canestri
per gli extraterrestri.


Il suo stemma sarà una stella.
Ma non coperta di sangue.
Un po’ forse simile a quella
che i Re detti Magi
seguirono lemme e rilemme
fino alla Santa Betlemme.

Una stella kaduta.
Finita.
Svanita.
Perduta.

Aspetto Kwal Kuno
da lontano
che voglia darmi una mano.
Non aspetto consigli e lanute creature sperdute
e nemmeno conigli o fameliche lupe.

Aspetto qualcuno
spero
Ti rassomigli.





Trinità 15








Nelle tue bianche buste colme
di conchiglie e di nastri musicali
e nei tuoi occhi come di uno scosceso
animale in agguato
c’è un arcaico passato.

Qualcuno si lamenta
per lettere difficili da recapitare
e lassù al Nord
organizzano premi e premi
per gli analfabeti eredi di Saffo.

Al nespolo del Giappone
ho messo due rami a spacco
di ciliegio marasco.

Stanotte, in sogno, ti ho parlato.
Pochi minuti, alla stazione,
di passaggio. Non so dove.
Dalle parti tue.
Svegliandomi, ero offeso.
Perché Tu non mi hai chiesto
di restare.

E intanto gira l’orologio.
Di questo passo, Agata,
finisco in Paradiso.







Un mare di piccioni affamati



Oggi a Piazza del Campo
C’eravamo proprio tutti.
Due bambini mi facevano volare
Addosso un mare
Di piccioni.

“Quali colombe dal desio chiamate”
gli amanti ci restano fedeli
come cani accucciati
a un nostro fischio
tutti rispondono.
Ma c’è qualcuno
Un bambino non capisce il gioco
Che non risponde all’appello.

Questo mare di fedeltà molteplici
Che ci tiene avvinti
Sulla strada dell’Appetito.

A Lui siamo fedeli.
Questo mare di legami abnormi
Che ci rende così liberi e servi.
Quest’oceano di frasi
Arbitrarie che avvinghiano
Le nostre così sante menzogne.

E tutto
È solamente
Un volo di piccioni affamati.







Vattene




tutto è pronto per la Tua Partenza.
Vattene. Non voglio più parlare con Te.
Che io non Ti riveda mai più.
Non voglio + dirti
ke passo le Ore a parlare
con i tuoi phantasmi
né che ti detesto
se riesci a respirare
a leggere
a godere Altro
dal tormento del mio pensiero.

Vattene.
Tutto è stato preparato
per questo Addio Astioso.
Anche la mia blesa dolcezza.
Ho bisogno di saperti Perduto
e di rimpiangerti per sempre
di passare i miei minuti
ad aspettarti
Amore.

Per kwesto vattene.
Tutto è pronto per la mia partenza
e per questa inutile disperazione.








Verso l’Universo






l’Uomo si chiuse nel suo Uovo Cosmico
perso nel Mare Galattico della Tranquillità
dopo che la sua Ombra fuggì
verso l’altra sponda – senza più misteri.

Nulla e nessuno più avrebbero infranto
quel suo solare torpore d’anima
nemmeno con rikiami d’amore.

Mise un ultimo kammello marrone
sopra una poesia scritta in Latino
con parole greche e anglosassoni
e partì sul suo vascello d’avorio.

Il dio ritornò sul Parnaso
un dio piccolo e vero ed amabile
solamente se assente e lontano.

Spedì la poesia alla sua ultima Musa
che nemmeno lo riconobbe
e voleva condurlo nel mondo dei Poeti:
ma lui di là proveniva.

E ne conosceva l’essenza:
il Nulla che urge alla Forma.
Lasciò i suoi allori a Dioniso
e tenne per sé il Nulla Puro Assoluto.
Eterno e Lontano: il Futuro.


&& &

&

Argo's time

Argos






Quando poi lui solcato lo stretto
tratto di mare azzurro che separa
Itaca petrosa dalla terra
di Ellene
io scorgessi ritratto sulla bianca
tunica della sabbiosa sua laguna natia
forse non reclinerei commosso il capo




e pensando ai suoi lunghi annosi giorni
passati nella mia vita
non tornerebbe quotidiana nei miei occhi nera
un’immagine sua tenace
e dell’avana andatura dondolante e dei
suoi bianchi denti immacolati eburnei e intatti



speranza per sempre mia vivente
che nel cuore e nella mente abita adesso
alato compagno attento
leggero e silenzioso
della sua pastorale
forte squillante voce memore
adesso?





aggiornamento


quando a scuola mi incaricavano
di fare un corso di formazione o aggiornamento
o di accompagnare una gita scolastica
salivamo in macchina
e si partiva per Siena

tu dovevi aspettarmi
per qualche giorno
in una pensione

convincerti a viaggiare in macchina era facile
un po’ meno a non agitarti troppo
così forte ed energico

abbaiavi ad ogni passante
così mettevo una cassetta
e cantavo sulla musica

per farti entrare nella tua stanza
era un bel lavoro
infine ti lasciavo la tua branda
una coperta e una mia maglietta

così sapevi
che non t’avevo abbandonato

i giorni senza di te
non passavano mai
ed erano così strani
e irreali
come se tutto il mondo
passasse dentro di te
nei tuoi occhi si riflettesse il cielo
e nel tuo cuore risuonasse il mare



badabam

dopo tanti mesi di buio e di nebbia
passati fra polvere e pagine di carta incredibile
dentro scaffali di assurdità e di miopia
proprio nel ventre della ignorante cecità
venne sontuosa una incantevole
lunga primavera di passeggiate e di lettere
di lunghi percorsi all’alba
dentro le strade antiche d’una città nemica
che si rivelava compagna e complice

partivamo da casa e si arrivava alla vasca
fra fischi continui di rondoni
mentre in alto le foglie fresche degli alberi sussurravano
e si passavano vie deserte
fino a Leopoldo
alto sul piedistallo
con un piccione in testa


prendevo il caffè
nel bar preferito
e sebbene tu fossi nero
lasciavi solo a me questo piacere
forse non volevi che scurissero
anche le tue belle zampe avana


poi partimmo per il mare
e fu un mese di favola
eravamo tornati ai tempi antichi
e un nume ci assisteva

voglio che tu sia sempre con me
come la passata estate
come la futura estate




batuffolo












eri un grosso batuffolo peloso e morbido
quando ti portai a casa
seduto accanto a me
grande come un gatto
eri già a tuo agio
e sembravi il pilota

io ti portavo a casa
e ti guardavo
ogni tanto
bastava poco
per capire
che ti avrei fatto
da secondo
















biblioteca


quando ci siamo conosciuti
facevo il preside
poi sono tornato a insegnare
infine sono passato in biblioteca
e a conti fatti avevo più tempo
per le nostre conversazioni
e le nostre passeggiate

sembrava che tu
non dessi molta importanza
al lavoro che facevo
e quando tornavo a casa
mi accoglievi
ogni giorno allo stesso modo

poi se ti accorgevi
che avevo con me qualcosa di buono
non mi davi tregua
e così divisa la schiaccia
quella saporita con le cipolle
facevamo a metà

tu naturalmente eri il primo
a finire la tua parte
e ne volevi ancora

cominciava così un lungo pomeriggio
di studio e di bicicletta
fino alla sera e oltre
e la notte mi dormivi accanto
vegliando su di me
tuo gregge
mio pastore
mio amico
mia amicizia vivente

Camillo


ti ricordi? sei stato proprio tu Camillo
a convertirmi all’amore per voi cani
tanto più eloquenti
e umani degli umani

soffice bianco marroncino e nero
abbaiavi alle ombre
ed eri fiero
e così felice di uscire all’aria aperta

“sssenti …”
ti diceva Beatrice
e tu capivi dalla esse
che dovevi varcare quella porta arcana
e scura

e la vita non ti faceva mai paura
dolce Camillo
e adesso sei lì fuori
e aspetti di vedere noi che usciamo
e ci accompagni
e non abbai più

sorridi
e aspetti che anche noi varchiamo a turno
le grandi porte
arcane
per tornare insieme
a dire
“sssenti …”

e provare invano a ritornare dentro
il corridoio scuro che conduce
in questa stanza buia
e senza luce

Fossombroni




dalla vetrata del corridoio
che fiancheggia la biblioteca
guardo verso le case di fronte
una verde l’altra marroncino
ed è come se ti vedessi
mentre mi aspetti

adesso sei come non sei mai stato
silenzioso e paziente

non hai mai sopportato le cure del dottore
né che alcuno ti toccasse
eri geloso della tua persona

soltanto da me ti facevi avvicinare


aspetti
me
lo so

e rivedi dentro il tuo grande cuore
il mare
e le coste d’argento
i fili d’erba e i gabbiani
alti nel cielo sempre più luminoso

stella
lucente
perché non ci prendi
insieme?



giovanotto

crescevi così in fretta
e divoravi tutto
ti facevi sentire
e presto tutto il vicinato
conobbe la tua voce

ero preoccupato
mi dispiaceva disturbare
e quello che mi scandalizzava
era il tuo coraggio:
ti esprimevi senza riserve

comprai persino un aggeggio
che avrebbe dovuto impedirti di parlare
era come un collare
con un barattolino

quando abbaiavi forte
scattava una scintilla
che ti fermava

ma questa cosa mi piaceva poco
così ti accolsi in casa
dal giardino dove dimoravi
e la tua bella cuccia verde
di legno e di metallo
col tuo nome sulla porta
restò disabitata

dentro non avevi molte
ragioni di gridare
e te ne stavi sul divano giallo
guardavi la finestra
e il cielo
tutto azzurro d’estate
un po’ grigio d’inverno

La nostra biblioteca

Sei sempre stato amante dei miei libri
e delle buone letture
o faticose che facevo
quando insieme abitavamo
nella casa del mare
parva sed apta nobis

sedevo per interi pomeriggi
e tu mi facevi compagnia
sdraiandoti nella piccola branda
sotto lo scrittoio
come un precettore paziente
mi vegliavi fino alle ore della notte
e qualche volta
uscivamo in quelle ore buie
a contare le stelle
lontane
fredde
e belle

mi manchi
Argo
e dal vetro del grande corridoio
accanto alla nostra biblioteca
guardo la luce fioca
della tua ultima casa
ed è come se il tuo grande Spirito
fosse sempre con me
e la tua forza
sostenesse il collare amaranto
che ti ho comprato l’estate passata
e che metto al mio collo ogni tanto

perché sarò il tuo cane umile e fedele
Argo
e tu sarai per sempre il mio pastore


portami tu lontano
tirami forte ancora con la tua grande mano
sostienimi bene sopra le tue braccia
come facevo io con te
quando eri piccolissimo
e ti portavo in collo
nel paese del mare
dove per tanti anni
hanno sorriso ai nostri sogni




dormi adesso
mio caro pastore
e assai veloci
passeranno le ore
come un tempo sorvegli
che io lavori
che io legga e che scriva
aspettando che venga
il giorno
che lasciati i miei libri io ti ritrovi



sorveglia questa grande stanza colma di volumi
amico mio di sempre
mentre io leggo vedo ancora la tua culla

se tu sei qui con me
non mancherò di nulla

***






Lontano

lontano nel sogno e nella notte
tu sei vicino a me
e la mia mano
cerca ancora l’anello
del tuo collare

ancora
mi sfuggi
dispettoso
e giri la testa

sei la mia guida e il mio pastore
nella vita che mi resta
nel cuore sei sempre presente
e nella mia mente
tu sei il mio Signore

fra poco
con astuzie e perfidi raggiri
chi
potrà più riuscire a scacciarci?

Quando saremo neri
nella notte nera
professori impauriti dalla verità
alunni raggirati dagli ipocriti
genitori machiavellici
vicini e bibliotecari succubi della noia
che un tempo ci hanno odiato
non riusciranno a trovarci
e correremo insieme senza guinzagli
ma solo col nostro collare
d’argento e amaranto



Argo Argone
Argottone
belle zampone
belle orecchione
bello cotone


maris animalia multa


con un bel gruppo di ragazzi
e qualche insegnante
siamo partiti per Genova
di mattina presto

alla stazione c’era un signore
con un cane nero e le zampe avana
che rassomigliava a te
Argone
tu non hai detto nulla
mi hai sorriso

a Genova il tempo era stupendo
un sole mai visto dopo tanti giorni di pioggia
in maremma
tanto che persino le tortore
saranno state contente
e le rondini veloci


siamo entrati nell’acquario
e all’improvviso
in un tunnel dal pavimento felpato
abbiamo visto le meraviglie
del mare
foche otarie delfini e squali
ci passavano accanto
quasi senza neppure vederci

a sera c’era ancora l’uomo col cane nero
e gli ho dato una banconota per il suo amico


il giorno dopo gli ho portato
biscotti e scatole di cibo
“grazie da parte di Argo” … mi ha detto
e io
“grazie a Argo da Argo, Signore …”



scuola



fin da quando eri piccolo
ti avevo abituato a frequentarla
di tanto in tanto
con molto rispetto per i miei Alunni
e tutti ti volevano bene
finito l’addestramento
sapevi darmi retta e sederti
sdraiarti e venirmi incontro

era maggio con un tempo splendido
e passeggiasti con me e la classe
fuori del Liceo


in macchina avevi tutto lo spazio posteriore per te
come un Ministro
il Ministro dell’Amicizia
e della Concordia
Adesso spesso mi volto a guardarti
e ti vedo ancora attento al paesaggio
ma non ti sento più
la tua voce non la ritrovo
ma è come se fossi sempre con me
posso portarti ovunque
parlare con te senza voce
e tenerti in ogni luogo
senza che nessuno ti possa impedire
di essere presente
mia amicizia vivente

‘Argo, che fai?’
ti chiedevo
e Tu mi guardavi
e ti avvicinavi
con il tuo passo possente e dondolante
come una speranza
così ti vedo ora e ti vedrò per sempre

venerdì 12 agosto 2011

poemata

Argos





Quando poi lui solcato lo stretto
tratto di mare azzurro che separa
Itaca petrosa dalla terra
di Ellene
io scorgessi ritratto sulla bianca
tunica della sabbiosa sua laguna natia
forse non reclinerei commosso il capo


e pensando ai suoi lunghi annosi giorni
passati nella mia vita
non tornerebbe quotidiana nei miei occhi nera
un’immagine sua tenace
e dell’avana andatura dondolante e dei
suoi bianchi denti immacolati eburnei e intatti



speranza per sempre mia vivente
che nel cuore e nella mente abita adesso
alato compagno attento
leggero e silenzioso
della sua pastorale
forte squillante voce memore
adesso?



** La casa in riva al mare ...




su in alto oltre quelle verdi
cime di alberi fra quelle due case
una bianca una rosa
dietro quel piccolissimo giardino
con un alloro e un limone
e una siepe d’edera
di pitosforo e falso gelsomino
con un grande oleandro fiorito
un portone color legno scuro
ti porta nella piccola casa vicino al mare
piena di tante piccole cose
ognuna delle quali ti riporta
ad un evento
una persona un fatto
un cane e un gatto
mille fogli stampati
sulla carta parole come miele
una firma del vecchio Gabriele
d’Annunzio sopra un grosso volto suo
pensoso
nei cassetti
le penne e gli strumenti
di un grappolo di gente
il biglietto
assai vecchio d’un glorioso senatore
Benedetto
Croce delizia del Novecento
le foto di Rosina e don Michele

l’autografo di Jotti
e i miei dischi autobiografici
alle pareti
Argo e papà con la sua bici
e mamma e Pino
con Beatrice
e Anna con Gennaro ed altra gente.

Ci sono tutti
manco solo io
sempre distratto con la testa in aria
a qualche scaramuccia solitaria

poi vedi
Elvis e la gattina nera e bianca
che passò qui l’ultimo dell’anno
con me
e il grande lupo Amico nostro
*
quanta gente fra queste poche bianche
pareti colme di ritratti
e come
parlano fitto e dicono
tutto quello che non hanno fatto in tempo
a dire un tempo
ed ora
insieme gridano
sommessi
accanto alla finestra
che guardava il nespolo
e quella che per veder il cielo
devi chinarti
E’ in riva al mare la casa degli amici
che abitano sui muri e nei cassetti
in fondo in fondo al cuore dei ricordi
dove trovi il colore quando mordi
come rondini sotto i loro tetti
e come i soffici peli dei miei mici.






Le mie gatte
di Anna M e Gennaro L.

le mie gatte hanno gli occhi gialli
e il colore del giorno e della notte
ci aspettano quando usciamo di casa
e a volte ci seguono di sera


non appena avvicini la mano
ti fanno le fusa
e si gettano a pancia in su
una si acquatta e simula un agguato

l’altra ti festeggia
quella che ha una maschera nera
come Batman

le mie gatte hanno bisogno di cure
da quando le ho trovate
in un bosco verde e scuro

sono abituate a vedermi vestito da ciclista
perché così mi hanno visto la prima volta
di un mattino di Agosto

in un paese dove c’è sempre il sole
e tanti scogli a picco sul mare

dove passano navi bianche
e i delfini saltano sopra le onde

le mie gatte sono sempre con me
e fanno le fusa nel mio cuore
il mio cane le ama
e si lascia pettinare dalla loro coda




Maris pecten



carezze assolate di lontane mani mai riconosciute
e sorrisi d’ una vita assiderata in lontane pianure
di nevi e di ghiacci bianchi e taglienti

ruote rotonde di volventi gomme
e irti vetri insidiosi
sotto la polvere
e sul brecciolino ruvido
mentre tu camminavi solenne
ispezionando il tuo vasto regno di ricordi
e le zampe fitte delle sedie di legno

avevi un canestro verde di pettini e di spazzole
per farti luccicare come il mare di Napoli
il tuo mantello nero
ma non sempre ce lo permetteva
d’usarle Re Kbbell

quanti temi e versioni da correggere
e quante relazioni lunghissime
eppure
adesso ti dico che allora
… “un’onda poteva pettinare il Mare
e incanalarci in saldo sentiero …”





Olio d'oliva



poemetto scritto da

Giulia&Gabriele

studenti dell’Istituto Tecnico Agrario
Leopoldo II di Grosseto

**
Un saggio signore di Uliveto,
paesino situato su una verdeggiante collina,
radunò intorno a sé tutti i bambini e rivolse loro un indovinello:
‘E' maestoso, dai rami fronzuti, dai frutti piccoli,
neri ed anche un po' violacei...’
‘ ... ma è facilissimo, gridarono in coro, è l'ulivo’.
‘Bene!
Allora ricordiamolo insieme con una bella favola..’.

Giulia e Gabriele :

"Questa avventura inventiamo per voi
e in rima adesso la cantiamo noi"


Giulia:

Dentro la serra della mia scuola
per l'ulivo giulivo e la sua sposa
ho costruito una grande alcova:
nel "plateau" confortevole, gran cosa,
un ulivino ho messo in terra nova.


Gabriele :

Ogni giorno controllo la sua vita,
lo annaffio, gli canto le canzoni.
Quelle che sempre per i bimbi buoni
Scriviamo con la penna e la matita.




Giulia:


E poi viene alla fine quel bel giorno,
che risoluto dice il grande olivo
"Sono cresciuto e alfine tutto intorno
mi sembra tutto il mondo più giulivo!’.
Era soltanto un tempo un nocciolino
E adesso invece come stava stretto! -
La chioma alzava in alto nel giardino.


Gabriele:

Tu non sei, mi capisci, una sequoia
e nemmeno una quercia assai frondosa
non puoi dormire dentro quel lettone
ma solamente in quel giallo vasone.

Giulia:

Rallegrati di stare nel vasone,
ci metti casa, diventi un alberone!


La terra, ben nutrita con "agriperlite", dà nutrimento alla piantina messa là.


Piantina:

Ma come sono bella,
c'è pur la coccinella,
ci sono i parassiti
che fanno da intercity.
Però faccio il capriccio,
perché non c'è il terriccio.
La piantina ormai cresciuta, una volta sistemata, ha la chioma diramata: foglie qua, foglie là, ma sta per diventare una vera pianta.
Piantina:

Nel cielo il sole brilla questa sera
e se Dio vuole non sarò più sola
come dentro la terra ogni viola
d’ essere insieme agli altri sempre spera.


Giulia:


In compagnia tu presto crescerai,
con buoni frutti non deluderai.

Tre anni per gli olivi sono passati, senza essere potati. Finalmente giungerà il momento dell'alleggerimento; perché troppi frutti non siano distrutti dall'intruso olivicida "Dacus Olea", si provvede alla raccolta dell'oliva europea.


Gabriele:

Succederà nel mese di Novembre
Porteremo al frantoio il gran raccolto
Come nel tino già finì Settembre
Che faccia anche l’olivo credo molto.




Olive:

Tranquillità di un tempo è ormai finita
per la nostra succosa e breve vita:
nella "bascula" ormai ci peseranno,
poi nelle presse un dì ci affogheranno.
Saremo le più belle tra le belle
Da questa terra andremo sulle stelle!


Giulia:

E’ necessario che dobbiate andare
se olio buono vi volete fare!
Nella "pressa" e nel "separatore"
Conquisterete tutto un altro odore.




Gabriele:

Nella gran "vasca di decantazione"
per l'acqua or si farà "depurazione"


Olive:

Belle e schiacciate tutte per benino,
ognuna prende adesso il suo trenino:
Tu "sansa" sei per bene diventata,
dopo essere stata assai pressata,
e tu invece in quest’acqua depurata,
sarai come si può riutilizzata;





Non so che cosa adesso ci faranno
per mangiarci col pane tutto l'anno.
Oh Dio! Si salvi adesso chi lo può!
Nel frangitore io proprio non ci sto!!



Tu, caro olio bello appena nato
sulle tavole sarai ben impalmato.


Olio:

Io sono diventato assai importante!
Come il poema di quel grande Dante.
Meglio crudo che cotto, è infinito
Il piacere che fa leccare il dito.

Gabriele e Giulia:

Il tuo viaggio alla fine è completato,
olio sei tu che olivo sei già stato.

Olio:

Allora me ne vado in tutta fretta
A insaporire il dorso alla "bruschetta".



Io prometto che adesso vado via,
viva l'olio d’oliva e così sia!







Parole difficili






Alcova Talamo nuziale
Agriperlite Substrato di terriccio
Bascula Bilancia
Bruschetta Pane abbrustolito e condito con olio, serve a
saggiare le qualità dell'olio
Dacus oleae Mosca dell'olivo
Decantazione Metodo per separare le parti solide da quelle
liquide
Depurazione Eliminazione delle scorie
Frangitore Attrezzo per frangere le olive
Plateau Contenitore di semi messi a germinare
Pressa Attrezzo per comprimere
Sansa Prodotto che rimane dopo l'estrazione
dell'olio
Separatore Macchinario che separa l'olio dall'acqua
Talee Segmento di pianta messa a radicare




***

kwandargos


Anna Maria


‘come ti chiami? Io mi chiamo Anna Maria’
‘Io non mi chiamo mai.
Tu chiamami Znnarì…’
‘sei tutto scemo e ti blokki spesso…’ come mai?,
‘ah … debbo dirti come si stampano le schede…
E come si trasferiscono gli archivi…’
‘ma … assaggia questa mensa
e bevi questo nettare americano
poi senti non voglio forzarti
ma vieni a Cassino…’

E ti penso amica mia lontana
mentre il vento ripassa la grammatica
e anticipa le fresche memorie della sera

Argo si aggira in cerca d’una preda
cacio o pane o forse anche di meglio
e penso a te
come un treno alla rotaia come
la Terra all’orbita o come
l’albero al fulmine

Ti ricorderai di me
anche nel tempo della primavera
anche quando le rondini ritornano?

Ti aspetterò
e solo allora
ti tirerò un capello
e ti dirò
riportami
la schiaccia al pomodoro…



Bernadette

te ne sei volata
con le tue penne colore cioccolata
hai pigolato come un rondone
come tornata dal Paradiso
eri forse Asterio
eri tu
che mi beccavi la mano
sono stato tua madre
o solo un ostacolo
al tuo esilio

voglio essere una tortorella
e mangiare miglio e grano
cadere dal nido
farmi raccogliere da un cane lupo
e vivere quattro giorni da tigre
dentro una gabbia nuova
con acqua fresca e cereali
voglio sentire i camion
urlare e soffiare come draghi
accanto alle mie penne d’alluminio rotonde
come ruote di treno leggero
e voglio ascoltare il sospiro delle valvole
che bevono la voce del vento

il cielo resti a dio
per me
terrò un nido
d’acqua e di creta grigia
per te un giglio
un piccione e le sue penne


nostalgia
d’una vita annunciata
fra ovatta e lacrime di aghi di pino
mentre come un tortora volo sotto la pioggia
che ci racconta della vita e della morte










se guardo da questa stanza
con le finestre
che lasciano vedere il cielo
e le nuvole bianche
quelle cime lontane di alberi
agitarmi i ricordi
aspetto che tu mi parli



il pensiero della tua casa mi segue ovunque
( chi potrà mai nascondermi
i tuoi occhi che non mi guardano più
e sanno d'aria fredda
e d'acqua piovana? )



berremo i quaderni
catene di carta colorata
e getteremo la vecchia pelle
parole come pioggia e verbi come neve
cammineremo sopra la terra fresca
e nella memoria
non potremo più ascoltare
la voce muta
d'una platea di maschere










***
Addio Luigia
Abbaiavi così poco ed avevi il colore
della notte e delle nuvole chiare

Adesso tu sicuramente
correrai
in quel grande Prato sereno
che gli ingenui chiamano Paradiso

lì vanno tutti quelli
che dedicarono la vita agli Amici

E sorrido pensando
che non si può vivere senza
amici
ed anche per una canina cosa sarebbe il mondo
senza Mici?
Gioco con le parole
mentre il Sole caldo illumina
la tua cuccia
e soffia un vento così forte
che pesante d’amore doveva essere la tua Anima
se da questa forza spinta ora sale
Una pioggia violenta
è caduta tutta la notte
e tuoni e lampi e scrosci
per te hanno pianto sopra la terra scura
il cielo e le nuvole tristi

Addio
silenziosa Luigia
amica
Argo e Melody
ti penseranno sempre
e un giorno saranno ancora con te
con la loro voce d’argento



lo so che quando mi guardi
ti ricordi delle lontane cacce
giovani di Itaca
delle grotte improvvise
delle carezze ruvide
che poche ti diedi
fra i cespugli che divorasti
in quelle quattro piccole mura
confinanti con gli ulivi
e il mare sotto ronfante
muta presenza inquieta


adesso sei tu a partire
per una guerra lontana
e io ti aspetterò
costruendo
ciottoli bianchi e cemento

I tuoi grandi occhi
e le tue labbra
tremeranno
vedendo la mia incerta presenza

E io verrò verso di te
sopra le rocce grige
di questo inaridito promontorio
attraverso finestre alte semichiuse
e bottiglie rotte

Ti offrirò mani tagliate
e una testa rotta
e ti dirò "perdonami"
con gli occhi pieni di sale

Tu leccherai le mie colpe infinite
e mi porterai con te
nel tuo Paradiso



Sidus Asterion


Ci siamo conosciuti per caso
in una strada secondaria

Si prendevano gioco di te
Asterio
e questo non è serio

Ti ho portato a casa
e adesso dormi nelle mie calze
di lana.
In quattro giorni
ne hai cambiate tre paia


Lo so
che non potrò mai sostituire
tua madre rondine
ma cerco in mille modi
di farti mangiare
e tu
mi ricordi il passer della Lesbia
di Catullo di Sirmione
quando avventi le mie dita
con la tua bocca
che sembra volermi divorare
la falange






e allora io quasi
ingannandoti
ti costringo a ingoiare pezzetti di carne
(oggi ti ho dato anche del pollo
il che per una rondine
può essere risibile offesa)




Tutto quello che resta
di vita e di poesia
d'ogni
theia manìa
è nel tuo pneuma
Asterio




Resisti
poi ti prenderò per le ali
e ti lancerò nel cielo
un giorno volerai sopra l'Africa
e ti ricorderai
di aver dormito nelle mie calze di lana grige
e di aver visto vicino a te
un grande lupo nero



Mentre scrivo
fischi di continuo
forse sogni
la rissa
che ti ha fatto cadere dal nido
o il gatto
a cui ti ho strappato
o forse tua madre
che ti accudiva col becco sapiente
o tuo padre
quasi sempre assente.

Dormi
piccolo perfetto essere
solo
dentro la mia lana.
La vita ti chiama. Cosa sarà di noi?

Qualunque via
che sia
sarà la via migliore. Le ore
voleranno veloci.

Voleranno comunque
sopra qualche arancione
cielo africano.


E a te
non ruberò mai
nemmeno una penna



Bernadette

Due tortorelle qualche giorno fa
mentre con Anna e Argo
camminavo per Grosseto
danzavano curiosamente accanto a un pino
come innamorate.

Poi abbiamo capito che volevano
recuperare un figlio caduto dal nido.
Quando ti abbiamo visto
Bernardo
arrancavi sulla strada
e ti ho preso dolcemente nella mano
mentre Anna ed Argo ci seguivano.


Adesso hai una casa di fili di metallo
e chicchi di frumento ed acqua.
Persino un pulcino di legno per farti sembrare
di stare in una specie di famiglia.
Quando fra qualche giorno avrai
anche il cielo alto
e volerai sicuro nel tuo esilio
ricordati un consiglio:

delle strade del mondo
non badare alla fine.
Più che infinite distanze
Cerca il miglio.




biblios
*
abito ad Alessandria sul grande Nilo
e scrivo poesie che forse sono belle
ma sogno di camminare nella grande
biblioteca
sulla foce del Nilo

quanto sole fra i papiri dorati
dalle grandi finestre si vede il giardino
di Eraclito
e il tempietto della dea Osiride

sogno di passeggiare fra i corridoi sterminati
fiancheggiati da tutte le opere dell'ingegno umano
e che qualcuno mi dica


*
forse una fanciulla dai capelli come il grano
nata fra le colline di Tessaglia
nella boscosa Ftia
ove Peleo generò Achille
o una obliquo sorriso
di Mileto
dalla chioma scura
come le notti del Ponto
*

" vorrei leggere ancora
di quel poeta di Cirene
che scrive brevi epigrammi
ma pieni di tanto leggera eleganza"


E' così piena di sole
la biblioteca che io vedo in sogno
e che da qualche parte mi aspetta
colma di volumi
e di fasci di luce dorata



Buenos Aires



sopra le scogliere irte di pallide stelle marine
lungo le coste del mare della tenerezza
come se un gabbiano non potesse spaventare il mare
ti accorgevi e capivi la ricchezza del piccolo
sole
e caduta nelle buie spelonche della litania
d'una vita spesa a comprare ceramica
aspettavi alla finestra un cavaliere
con un grande cavallo come un canone nero


e venne di Natale con doni e amore
e venne con lacrime e sorrisi
e venne con una corazza d'argento
tu lo accogliesti
e gli dicesti ... 'portami
dove il mare bacia e invita a baciarsi
dove la felicita' e' un dovere
dove la costa innamorata accaretza l'onda
e pettina l'acqua del mare'

e lui ti prese e fu preso
e vi perdeste dove tutti si trovano
quelli che l'anima danno alla marea
e su verso la luce senza voltarsi
ti porto'
per un anello bianco d'amore purpureo










Casa







Perché la mente è una finestra
e il sole e la pioggia ti accompagnano
ma il giorno e la notte non restano con te
vorrei andarmene nella Terra del Vento
dove la Chiesa è una Casa
di legno
ancorata alla Terra da cavi d'acciaio.



Dio
invitami a una cena
senza pane e senza vino.




*









domani



Camminavi a piccoli passi
nel tuo giardino piccolissimo
di fronte al mare
e sembrava che tu
attraversassi l'Africa
tanto era cauto
il tuo passo
e la tua mano
stringeva le chiavi di casa.





Un giorno di tanti anni fa
le perdesti nel tuo giardino
e furono momenti di ansia
addirittura chiamammo il medico
che venne a parlarci
dell'utilità dei duplicatori di chiavi.












Ubi ista nocte dormiebis



Dove dormirai questa notte?
Poserai piano il tuo sorriso bianco
e la tua saggezza di sempre
ti farà da luce.

Chiusa dentro il tuo amore
chiusa col tuo rosario
guarderai da lontano
questo Calvario?

O forse sarà rosa
ancora questa vita
priva della tua mano?


Sono seduto di fronte alla finestra che preferivi
ricordo che ti mettevi qui e guardavi
gli ulivi e la campagna verde
con un triangolo azzurro di mare.


Oggi il sole ha lasciato il posto
alla pioggia
e dov'eri tu a guardare il mondo
ho sistemato un tavolo
con penne e libri.


Esisteranno ancora le cose che vedo
anche dopo di te
o le hai portate via?




Phila Strokka

Amore

una volta facevo
rima con cuore
adesso
più di prima
arrivo al cuore
e tralascio la rima


Basta

basta con le discriminazioni
basta con i lampioni
le more
le felci i mirtilli
e i campioni

insomma basta
alla canasta


Cavallo

cresci erba
che il cavallo campa



Domani

arriverà e si farà dimenticare
sui monti nelle valli
sopra i poggi

con lui saremo
lo chiameremo 'oggi'


Essere

essere re
o non essere re
questo
è il problema
Re


Fuoco

adesso
dovrebbe essere
l'anima di un papero



Gambero

se cammini in avanti
procedi adagio
ma se vai alla rovescia
ti prende
la prescia


Hobby

passa il tempo
e passa no
senza un hobby
male sto



I

senza la 'i'
non si farebbe niente
che addirittura
sarebbe solo ‘nente’


Lumi

sia la luce
e la luce fu
senza i suoi raggi
non ci vedi più



Mamma

non vergognarti
piangi
figlio mio

accanto a te
ci sono ancora io



Ninnananna

Anna dormi bella Anna
fa la ninna fa la nanna
con la gatta
un poco matta
dorme il figlio sotto il tiglio
dorme il cane e sogna l'osso
sospirando a più non posso
mentre l'uomo sogna il pane
dormon tutti nel paese
e non pagano le spese
dorme Marco come Franco
dorme pure il saltimbanco
dormi adesso pure tu
mentre cantano
i kukù






Papà

sono stato male
papà
come quando bambino
di notte dicevo
'vieni a prendermi'

e non ho saputo chiamarti
nella paura che tu
non potessi venire



Quando

Padre
che sei nel cielo
quando ti rivedrò
penserò che sei forse un altro
fantasma fugace
o un'immagine ingannevole
ma tu mi prenderai
e sarò come un giocattolo nelle tue braccia

ritorneremo a casa
a scrivere
quello che ora sappiamo
sopra la vita




Ritornare


non ritornare diventa un ritorno
senza partenza





Seppie

seppie di ossi di seppia
ora non so se seppi
di seppia o
d'ossi


Tango

tango tangis
tocco questo lento rintocco
di campana
lontana
che sa d'una terra
che più d'una serra
questo cuore che batte racchiude


Universo

l'universo non è
come se lo immagina
zi' Kiki o il dottor
Kiss Akj
l'universo non esiste
come l'Inferno e il Paradiso
che lungi dall'esserci
ci saranno



Ve lo

'velo'
avevo detto
adesso
ve lo svelo
e dopo
vi rivelo
vele e controvele



Zetapoesia

poesia ultima
di poche decine
scritte in due mattine
tra l'inventario dei libri
e delle riviste
e un salto in ferramenta
dove trovi sempre qualcosa
che gira
zeta poesia
poesia mia
buffo
gelato di fonemi
non sei diversa da certi miei
passati alunni di liceo
pensi che i tuoi difetti siano i miei
e quindi da imputare
a chi come un nave
ti mette dentro il mare
a galleggiare


***
**
*

















Gatti


grigi e neri bianchi e pezzati
saltano nel cortile fra grandi cedri libanesi
accanto ai muri crollati
del distretto scolastico
mentre sistemo la biblioteca
come ricordi dentro la mente
e sogni dentro gli occhi.

Dove andrete mai se dovessero ricostruire
questo diroccato caseggiato?

Tornerò ancora a visitarvi con Argo
amicizia mia vivente
con doni e carezze.
E parleremo degli antichi palazzi dei Faraoni
vostri sudditi
di Mosè e delle guerre antiche e moderne nei deserti
mentre il vostro soffice sguardo si poserà
sopra un tramonto di buganvillee.












Ernesto Che Guevara




Straniero vestito da soldato
straniero con il basco nero
i tuoi compagni ti hanno lasciato
lungo la riva di questo torrente

... come scorre fangosa la mente
con i suoi scherzi proibiti
e i suoi segreti strani
così le mani
gratteranno i ciottoli tondi
alla ricerca vana di altri mondi

Rassomigli a Cristo mentre ti raccolgono sul greto
hai fori di proiettili e gli occhi aperti
e sembra quasi che tu
stia sorridendo a qualcuno che ami

Fiore di Bolivia
speranza avana
grande compagno dei rami alti
di questa jungla

ti metteremo
sopra le nostre giubbe
alle porte delle nostre scuole
in cima alla più alta stella
dove gareggiano i giovani


e ci sorriderai Uomo col basco nero











Lene



saltai oltre il sambuco
veloce
fra ciuffi di alti steli
e di erba tagliente
ero contenta quel giorno
e non sapevo

una forza possente mi prese il fianco

Michele udì il tuono
lo vidi chinarsi accanto a me
accarezzando le membra soffici
che non possedevo più

corsi via

per il mio premio
oltre ogni sambuco
lontano
nel mondo dei peli di gatto















Dove dormirai questa notte?
Poserai piano il tuo sorriso bianco
e la tua saggezza di sempre
ti farà da luce.

Chiusa dentro il tuo amore
chiusa col tuo rosario
guarderai da lontano
quanto calvario?

O forse sarà ancora
viva questa vita
priva della tua mano?

Dove dormirai questa notte
madre?
Nella tua stanza ho fatto il letto.
Qui
nulla è perfetto.



















C'è una sedia
accanto al tavolino
come se tu dovessi arrivare
e sederti dicendo:

"sono venuta a farti
una visitina".




Il lampadario splende ancora
un dicembre lontano
lo sistemò un elettricista
maldestro.





Tu
come se ancora leggessi
pulisci gli occhiali
mi vedi
"è ora di cena?"
mi chiedi.
















il vento ha soffiato per tutta la notte
e una pioggia forte è caduta come
una volta quando c'eri Tu

e ti penso sempre anche quando
lavoro e riascolto le tue parole
e come se Tu fossi sempre qui





con me Ti saluto se esco di casa
e se ritorno ti chiedo "come va?"
o ti dico "ciao, Ma' " ...


e questo vento e la pioggia mi
corrono intorno come la tua
voce bella dentro la bufera

e il lupo aspetta ancora che sia sera
per uscire ad annusare le vie.

E' cresciuto ed è forte. E sono certo

che Ti pensa.




***

Argo's time


Argos






Quando poi lui solcato lo stretto
tratto di mare azzurro che separa
Itaca petrosa dalla terra
di Ellene
io scorgessi ritratto sulla bianca
tunica della sabbiosa sua laguna natia
forse non reclinerei commosso il capo




e pensando ai suoi lunghi annosi giorni
passati nella mia vita
non tornerebbe quotidiana nei miei occhi nera
un’immagine sua tenace
e dell’avana andatura dondolante e dei
suoi bianchi denti immacolati eburnei e intatti



speranza per sempre mia vivente
che nel cuore e nella mente abita adesso
alato compagno attento
leggero e silenzioso
della sua pastorale
forte squillante voce memore
adesso?





aggiornamento


quando a scuola mi incaricavano
di fare un corso di formazione o aggiornamento
o di accompagnare una gita scolastica
salivamo in macchina
e si partiva per Siena

tu dovevi aspettarmi
per qualche giorno
in una pensione

convincerti a viaggiare in macchina era facile
un po’ meno a non agitarti troppo
così forte ed energico

abbaiavi ad ogni passante
così mettevo una cassetta
e cantavo sulla musica

per farti entrare nella tua stanza
era un bel lavoro
infine ti lasciavo la tua branda
una coperta e una mia maglietta

così sapevi
che non t’avevo abbandonato

i giorni senza di te
non passavano mai
ed erano così strani
e irreali
come se tutto il mondo
passasse dentro di te
nei tuoi occhi si riflettesse il cielo
e nel tuo cuore risuonasse il mare



badabam

dopo tanti mesi di buio e di nebbia
passati fra polvere e pagine di carta incredibile
dentro scaffali di assurdità e di miopia
proprio nel ventre della ignorante cecità
venne sontuosa una incantevole
lunga primavera di passeggiate e di lettere
di lunghi percorsi all’alba
dentro le strade antiche d’una città nemica
che si rivelava compagna e complice

partivamo da casa e si arrivava alla vasca
fra fischi continui di rondoni
mentre in alto le foglie fresche degli alberi sussurravano
e si passavano vie deserte
fino a Leopoldo
alto sul piedistallo
con un piccione in testa


prendevo il caffè
nel bar preferito
e sebbene tu fossi nero
lasciavi solo a me questo piacere
forse non volevi che scurissero
anche le tue belle zampe avana


poi partimmo per il mare
e fu un mese di favola
eravamo tornati ai tempi antichi
e un nume ci assisteva

voglio che tu sia sempre con me
come la passata estate
come la futura estate




batuffolo












eri un grosso batuffolo peloso e morbido
quando ti portai a casa
seduto accanto a me
grande come un gatto
eri già a tuo agio
e sembravi il pilota

io ti portavo a casa
e ti guardavo
ogni tanto
bastava poco
per capire
che ti avrei fatto
da secondo
















biblioteca


quando ci siamo conosciuti
facevo il preside
poi sono tornato a insegnare
infine sono passato in biblioteca
e a conti fatti avevo più tempo
per le nostre conversazioni
e le nostre passeggiate

sembrava che tu
non dessi molta importanza
al lavoro che facevo
e quando tornavo a casa
mi accoglievi
ogni giorno allo stesso modo

poi se ti accorgevi
che avevo con me qualcosa di buono
non mi davi tregua
e così divisa la schiaccia
quella saporita con le cipolle
facevamo a metà

tu naturalmente eri il primo
a finire la tua parte
e ne volevi ancora

cominciava così un lungo pomeriggio
di studio e di bicicletta
fino alla sera e oltre
e la notte mi dormivi accanto
vegliando su di me
tuo gregge
mio pastore
mio amico
mia amicizia vivente

Camillo


ti ricordi? sei stato proprio tu Camillo
a convertirmi all’amore per voi cani
tanto più eloquenti
e umani degli umani

soffice bianco marroncino e nero
abbaiavi alle ombre
ed eri fiero
e così felice di uscire all’aria aperta

“sssenti …”
ti diceva Beatrice
e tu capivi dalla esse
che dovevi varcare quella porta arcana
e scura

e la vita non ti faceva mai paura
dolce Camillo
e adesso sei lì fuori
e aspetti di vedere noi che usciamo
e ci accompagni
e non abbai più

sorridi
e aspetti che anche noi varchiamo a turno
le grandi porte
arcane
per tornare insieme
a dire
“sssenti …”

e provare invano a ritornare dentro
il corridoio scuro che conduce
in questa stanza buia
e senza luce

Fossombroni




dalla vetrata del corridoio
che fiancheggia la biblioteca
guardo verso le case di fronte
una verde l’altra marroncino
ed è come se ti vedessi
mentre mi aspetti

adesso sei come non sei mai stato
silenzioso e paziente

non hai mai sopportato le cure del dottore
né che alcuno ti toccasse
eri geloso della tua persona

soltanto da me ti facevi avvicinare


aspetti
me
lo so

e rivedi dentro il tuo grande cuore
il mare
e le coste d’argento
i fili d’erba e i gabbiani
alti nel cielo sempre più luminoso

stella
lucente
perché non ci prendi
insieme?



giovanotto

crescevi così in fretta
e divoravi tutto
ti facevi sentire
e presto tutto il vicinato
conobbe la tua voce

ero preoccupato
mi dispiaceva disturbare
e quello che mi scandalizzava
era il tuo coraggio:
ti esprimevi senza riserve

comprai persino un aggeggio
che avrebbe dovuto impedirti di parlare
era come un collare
con un barattolino

quando abbaiavi forte
scattava una scintilla
che ti fermava

ma questa cosa mi piaceva poco
così ti accolsi in casa
dal giardino dove dimoravi
e la tua bella cuccia verde
di legno e di metallo
col tuo nome sulla porta
restò disabitata

dentro non avevi molte
ragioni di gridare
e te ne stavi sul divano giallo
guardavi la finestra
e il cielo
tutto azzurro d’estate
un po’ grigio d’inverno

La nostra biblioteca

Sei sempre stato amante dei miei libri
e delle buone letture
o faticose che facevo
quando insieme abitavamo
nella casa del mare
parva sed apta nobis

sedevo per interi pomeriggi
e tu mi facevi compagnia
sdraiandoti nella piccola branda
sotto lo scrittoio
come un precettore paziente
mi vegliavi fino alle ore della notte
e qualche volta
uscivamo in quelle ore buie
a contare le stelle
lontane
fredde
e belle

mi manchi
Argo
e dal vetro del grande corridoio
accanto alla nostra biblioteca
guardo la luce fioca
della tua ultima casa
ed è come se il tuo grande Spirito
fosse sempre con me
e la tua forza
sostenesse il collare amaranto
che ti ho comprato l’estate passata
e che metto al mio collo ogni tanto

perché sarò il tuo cane umile e fedele
Argo
e tu sarai per sempre il mio pastore


portami tu lontano
tirami forte ancora con la tua grande mano
sostienimi bene sopra le tue braccia
come facevo io con te
quando eri piccolissimo
e ti portavo in collo
nel paese del mare
dove per tanti anni
hanno sorriso ai nostri sogni




dormi adesso
mio caro pastore
e assai veloci
passeranno le ore
come un tempo sorvegli
che io lavori
che io legga e che scriva
aspettando che venga
il giorno
che lasciati i miei libri io ti ritrovi



sorveglia questa grande stanza colma di volumi
amico mio di sempre
mentre io leggo vedo ancora la tua culla

se tu sei qui con me
non mancherò di nulla

***






Lontano

lontano nel sogno e nella notte
tu sei vicino a me
e la mia mano
cerca ancora l’anello
del tuo collare

ancora
mi sfuggi
dispettoso
e giri la testa

sei la mia guida e il mio pastore
nella vita che mi resta
nel cuore sei sempre presente
e nella mia mente
tu sei il mio Signore

fra poco
con astuzie e perfidi raggiri
chi
potrà più riuscire a scacciarci?

Quando saremo neri
nella notte nera
professori impauriti dalla verità
alunni raggirati dagli ipocriti
genitori machiavellici
vicini e bibliotecari succubi della noia
che un tempo ci hanno odiato
non riusciranno a trovarci
e correremo insieme senza guinzagli
ma solo col nostro collare
d’argento e amaranto



Argo Argone
Argottone
belle zampone
belle orecchione
bello cotone


maris animalia multa


con un bel gruppo di ragazzi
e qualche insegnante
siamo partiti per Genova
di mattina presto

alla stazione c’era un signore
con un cane nero e le zampe avana
che rassomigliava a te
Argone
tu non hai detto nulla
mi hai sorriso

a Genova il tempo era stupendo
un sole mai visto dopo tanti giorni di pioggia
in maremma
tanto che persino le tortore
saranno state contente
e le rondini veloci


siamo entrati nell’acquario
e all’improvviso
in un tunnel dal pavimento felpato
abbiamo visto le meraviglie
del mare
foche otarie delfini e squali
ci passavano accanto
quasi senza neppure vederci

a sera c’era ancora l’uomo col cane nero
e gli ho dato una banconota per il suo amico


il giorno dopo gli ho portato
biscotti e scatole di cibo
“grazie da parte di Argo” … mi ha detto
e io
“grazie a Argo da Argo, Signore …”



scuola



fin da quando eri piccolo
ti avevo abituato a frequentarla
di tanto in tanto
con molto rispetto per i miei Alunni
e tutti ti volevano bene
finito l’addestramento
sapevi darmi retta e sederti
sdraiarti e venirmi incontro

era maggio con un tempo splendido
e passeggiasti con me e la classe
fuori del Liceo


in macchina avevi tutto lo spazio posteriore per te
come un Ministro
il Ministro dell’Amicizia
e della Concordia
Adesso spesso mi volto a guardarti
e ti vedo ancora attento al paesaggio
ma non ti sento più
la tua voce non la ritrovo
ma è come se fossi sempre con me
posso portarti ovunque
parlare con te senza voce
e tenerti in ogni luogo
senza che nessuno ti possa impedire
di essere presente
mia amicizia vivente

‘Argo, che fai?’
ti chiedevo
e Tu mi guardavi
e ti avvicinavi
con il tuo passo possente e dondolante
come una speranza
così ti vedo ora e ti vedrò per sempre